Editoriale del direttore

Da L'Avvenire dei lavoratori - Periodico socialista dal 1899.



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Nuovo >>> Accecamenti e cecità

Editoriale di Andrea Ermano - giovedì 29 gennaio 2015

Non l'hanno presa niente bene lassù, nel profondo nord. Ma ormai il premier greco è quello. E chissà cosa succederà adesso. Per dovere di cronaca, vale la pena tenere presente che la prognosi di George Soros suona, da tempo, così: o la Germania accetterà di mutualizzare parte consistente del debito pubblico europeo, inverando in tal modo la propria leadership continentale e compiendo un passo avanti verso gli Stati Uniti d'Europa, oppure potrebbe toccare proprio alla Repubblica Federale, alla fine, di dover uscire dal club della moneta unica.

Anche Helmut Schmidt e Joschka Fischer glielo dicono ormai da anni, ai loro connazionali, che meglio sarebbe per Berlino evitare di confliggere con l'Europa, "per la terza volta in un secolo".

Possedendo due gobbe ricche di provviste alimentari, i cammelli tendono a un concetto francamente ideologico della povertà, il quale consiste nell'associare alla carenza di gobbe uno stato d'inferiorità morale e/o intellettuale.

La parola cammello sta qui per i sofismi cui incliniamo nascendo o diventando ricchi. Errori tipici, di cui Platone, il più intelligente tra i ricchi e il più ricco tra gli intelligenti, si accorse solo dopo le sue disavventure siracusane. E allora scrisse: “Quando essi compongono inni sulle stirpi sostenendo che uno è nobile perché può mostrare sette antenati ricchi, lui ritiene che questo elogiare si addica a coloro che vedono poco e ottusamente… Ciascuno ha un numero sterminato di avi e progenitori, nel quale si trovano i ricchi e i poveri, i re e gli schiavi, i greci e i barbari…Vacua alterigia della loro anima dissennata.”

La cecità mentale non equivale a un semplice oscuramento della vista in rapporto a certe cose, in sé visibilissime, eppure cocciutamente "invisibili". La cecità mentale è duplice. Perché, se il non vedente "semplice" – prendiamo Tiresia – sa almeno di non vedere, l'individuo affetto da cecità mentale – per esempio Edipo – non solo ignora la sua situazione, ma neppure sospetta di essere un ignorante pressoché totale. Così, il cieco-veggente Tiresia a un certo punto si spazientisce e sbotta contro Edipo Re: "cecato sei, e d'orecchi e d'intelletto e d'occhi". Parole scolpite da Sofocle nella letteratura mondiale mediante una meravigliosa, ma martellante smitragliata allitterativa greca: Typhlòs tá t'ôta tón te noûn tá t'ómmat'eî.

Tra le cause principali della cecità mentale il Nobel per l'economia Daniel Kahneman annovera: a) le suggestioni, b) i pregiudizi, c) gli automatismi e d) la pigrizia. Per esempio, se i media ci forniscono in modo suggestivo la notizia secondo cui Putin non va al settantesimo dalla liberazione di Auschwitz, noi automaticamente immaginiamo si tratti del solito gesto polemico di un personaggio poco raccomandabile, e ci risparmiamo ulteriori approfondimenti. Dai quali approfondimenti evinceremmo, però, che sono state le autorità del luogo a non avere invitato l'inquilino del Cremlino. Eppure, Auschwitz è stata liberata dall'Armata rossa al prezzo di sangue russo.

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Socrate venne messo a morte perché non credeva abbastanza nelle divinità dell'Olimpo, Gesù non credeva abbastanza in Cesare e nei Sacerdoti del Sinedrio, Giordano Bruno nella Controriforma, Ghandi nell'Induismo, Martin Luther King nella razza bianca. Tutti gli intellettuali hanno, ammettiamolo, le loro fisime, sempre buffe all'ora dell'aperitivo: la coscienza (Socrate), l'amore universale (Gesù), l'infinito (Giordano Bruno), la non-violenza (Ghandi), l'eguaglianza (Martin Luther King). Quali fisime aveva il geniale fumettista Wolinski?

Posto che Allah è grande e che Maometto è il Suo profeta, sarà lecito mettere in discussione l'universo culturale islamico laddove esso si traduca in oppressione? E, per converso, posta la liceità di criticare l'Islam, facciamo bene a usare questa critica come un'arma impropria, per irridere e umiliare vaste masse di manodopera d'importazione postcoloniale, quasi volessimo occultarne lo sfruttamento e l'emarginazione dietro a pompose chiacchiere sul "conflitto di civiltà"?

E, tuttavia, è inconcepibile che, a settant'anni dalla liberazione di Auschwitz, essere ebrei in Europa ricomporti il rischio di morire ammazzati da sconosciuti in una sinagoga, in un supermercato o nella redazione di un giornale satirico.

Georges David Wolinski, ebreo europeo e veterano di Charlie Hebdo morto ammazzato il 7 gennaio scorso a Parigi, amava soprattutto due cose: la politica e, diciamo, il Delta di Venere. Domanda: se uno insulta Venere, credete voi che papa Bergoglio gli dia un pugno? Certo che no. Eppure Venere ci è madre non meno di nostra madre. Nel senso che i bambini umani in realtà vengono alla luce prematuri, molto prematuri. Cioè non fuoriescono facilmente dal grembo materno come i cavallini e altri cuccioli d'animale, i quali appena nati già subito trottano e galoppano. Gli uomini no. A causa di una loro testa sproporzionatamente grossa devono essere espulsi finché riescono ancora ad uscire, cioè molto presto. Sicché là fuori, nel mondo, li attende un tasso di mortalità molto elevato.

La morte infantile. La morte infantile è stata compensata durante migliaia e migliaia di anni, fino alle scoperte della medicina contemporanea, da una media di sette parti per donna. Vi si pensa?

Dunque, per un verso, senza Venere, cioè senza la nostra pazza, bizzarra ed eccessiva sessualità umana, oggi noi saremmo tutti… non nati. Per l'altro verso, non vi si pensa a quanto sangue costi l'essere noi invece qui, in cima a questa piramide di umane generazioni, che qualcuno (qualcuna) avrà pur partorito…

E allora, per dirla con Wolinski e con il suo sarcasmo: «Bisogna migliorare la condizione della donna: per esempio ingrandendo le cucine, abbassando i lavelli o isolando meglio i manici delle casseruole.»

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Il presidente egiziano Al Sisi, il 28 dicembre scorso all'università Al-Azhar del Cairo, in presenza delle massime autorità religiose del paese, ha detto: "E' inconcepibile che l'ideologia che noi santifichiamo faccia della nostra intera nazione una fonte di preoccupazione, pericolo, morte e distruzione nel mondo intero. Non mi riferisco alla "religione" bensì alla "ideologia" – al corpo d'idee e di testi che abbiamo sacralizzato nel corso di secoli, fino a che diventa difficile rimetterli in discussione. Abbiamo raggiunto il punto in cui questa ideologia è ostile al mondo intero. È concepibile che 1,6 miliardi di musulmani uccidano il resto della popolazione mondiale, per vivere da soli? E' inconcepibile. Io dico queste cose ad Al-Azhar, qui, davanti ad autorità religiose e a studiosi. Che Allah possa testimoniare nel Giorno del Giudizio della sincerità del vostro intendere, riguardo a quello che vi dico oggi. Non potete vedere le cose con chiarezza quando siete imprigionati in questa ideologia. Dovete uscirne e guardare le cose da fuori, per avvicinarvi a una visione illuminata. Dovete opporvi a questa ideologia con determinazione. Abbiamo bisogno di rivoluzionare la nostra religione... la nazione islamica è lacerata, distrutta, avviata alla rovina. Noi stessi la stiamo conducendo alla rovina".

Nobili parole che potrebbero valere, con gli aggiustamenti del caso, per tutte le grandi civiltà contemporanee.


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Va' tranquillo, dunque!

Con queste parole An-Tun si accommiata dai suoi lettori.


Editoriale di Andrea Ermano - mercoledì 28 novembre 2012


Dall'Osservatorio Astronomico sito su Monte Mario in Roma non lo si vede bene, quel luogo in cui molto tempo fa lo starnazzamento delle oche capitoline, sacre a Giunone, mise l'Urbe in guardia dal barbaro invasore. All'incirca in quel luogo sta oggi una gran statua equestre. Bronzea. Magnifica. Lustrata.

Raffigura Marco Aurelio, imperatore e filosofo. Inventore dell'anagrafe. Lui stesso alla nascita era stato chiamato Marco Annio Vero, come il padre e il padre del padre. Un Vero di nome, un falso la sua statua. Sì, perché il monumento originale non sta all'aperto, sulla piazza stellata, ma nell'attiguo Palazzo dei Conservatori, al riparo dalle intemperie. Ed è giusto così.

L'augusto inventore dell'anagrafe, Marco Annio Vero, detto Marco Aurelio, chiamato Antonino dall'imperatore Antonino Pio, soprannominato Verissimus dall'imperatore Adriano – molti i nomi, una la sostanza – scrisse una bella autobiografia in lingua greca. A se stesso, questo il titolo del libro, fu l'ultimo capolavoro della scuola stoica, ma anche l'inaugurazione di una lunga sequela di Pensieri, Confessioni, Riflessioni, Meditazioni e Ricordi che – da Agostino a Rousseau, da Descartes a Pascal, da Leopardi ad Adorno – affollano la galleria delle grandi opere filosofico-letterarie di genere introspettivo.

A se stesso è passato alla storia come testamento spirituale del quinto tra i cosiddetti "imperatori buoni". Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto fu alacremente impegnato a favore dei valori di giustizia e uguaglianza per tutti i cittadini romani. Nella sua azione di governo egli combatté la schiavitù e la tortura. Investì il denaro pubblico non in monumenti, ma in lavori utili, dai quali dipendeva la sicurezza del Principato, il progresso dei commerci, il bene comune. Fu promotore di pacifiche attività commerciali lungo nuove vie e a tale scopo nel 166 inviò ambasciatori persino in Cina. Negli annali dell'Impero di Mezzo viene annoverato con il nome di An-Tun (安敦).

Per otto anni guidò le sorti di Roma in regime di condivisione diarchica con il fratello adottivo Lucio Vero. Dopo la cui morte Marco Aurelio fu per undici anni un uomo solo al comando dell'impero. Moltiplicò allora il suo impegno, ma neppure quella volta Roma e l'Occidente riuscirono a realizzare i grandi ideali che gli sottendono, ai quali sempre tendono e che per lo più disattendono. L'impedimento? Gli storici parlano di "resistenze corporative" e narrano che, in quell'epoca antica, gli apparati di potere, tra cui alti funzionari dell'anagrafe imperiale, frapponessero ostacoli su ostacoli a ogni riforma, paventando, forse, la perdita di privilegi.

Alla fine, il sentimento di sé che Marco trasmette è quello dell'incompiutezza. Lo conferma la chiusa (indimenticabile) del suo libro: «Uomo! Sei stato cittadino in questa grande città [= in questo mondo, ndt]. Se per cinque o tre anni, che differenza ti fa? La conformità alle leggi è per ciascuno uguale. E allora che cosa c'è di tremendo, se a esiliarti da questa città [= da questo mondo, ndt] non è un tiranno o un giudice ingiusto, ma la Natura, colei che ti ci aveva introdotto? Come il regista che, assunto un attor comico, lo congedi dalla scena: "Ma non ho recitato i cinque atti, ne ho recitati tre!". – Hai recitato bene, ma in questa vita tre atti sono l'intero spettacolo. E che sia finito, questo lo determina colui il quale ha deciso la convocazione allora e lo scioglimento ora. Tu non decidi né l'una né l'altro. Va' tranquillo, dunque! Anche chi ti congeda è tranquillo.» (M. Ant. XIII, 36)

Con queste parole il libro finisce. Così si accommiata Marco An-Tun dal tempo assegnatogli in sorte. Morirà di peste? O di ferite in battaglia? Non lo sappiamo con esattezza. "In questa vita tre atti sono l'intero spettacolo". Ne vennero scolpite le gesta sulla Colonna di Marco Aurelio, oggi collocata in Piazza della Colonna, proprio di fronte a Palazzo Chigi.

Tutti la possono ammirare.

La Colonna sovrasta i palazzi intorno. Ed è giusto così. La Colonna è stata fatta grande per poter contenere una lunga spirale colma di storia e di mito. Ma – Uomo! Cittadino di questo mondo! – anche quella grande spirale è una spirale finita. Questo premoniva e ammoniva, icasticamente, A se stesso.

Per un antico imperatore la conclusione del mandato (oggi detta anche "vaffangrillo" o "rottamazione") coincideva con la fine della vita terrena. Tuttora è così, in alcuni casi. Dall'altra parte del Tevere, per esempio, il Pontifex maximus viene anche attualmente eletto "a vita", come pure i suoi Vescovi e Cardinali, e questo vale anche al di qua del Tevere per i più illustri tra i Senatori della Repubblica.

Per tutto il resto, però, la giustapposizione tra la Colonna di Marco Aurelio e Palazzo Chigi può aiutarci a rimemorare un'importante differenza tra ieri e oggi: la nostra Costituzione non prevede cariche esecutive "vita natural durante", essendo la Repubblica insieme al suo governo un bene comune, non una proprietà personale.

Che dire, quindi, di alcune recenti dichiarazioni televisive dell'attuale inquilino di Palazzo Chigi?

«Io rifletterò su tutte le possibilità, nessuna esclusa, in cui eventualmente io ritenga di poter dare il mio contributo al miglior interesse dell'Italia» – ha detto. «Sarà una decisione mia, se vorrò cercare, o accettare, di dare un contributo. E come sempre terrò nella massima considerazione, nel prendere questa mia decisione, l'orientamento, le valutazioni, i consigli del presidente Napolitano.»

Ora, il Presidente della Repubblica – nelle cui mani Monti ha prestato giuramento di fedeltà alla Costituzione (Cost. 93) – non fornisce solo orientamenti, valutazioni e consigli, ma nomina il Presidente del Consiglio (Cost. 92). Significherà pur qualcosa. A parte ciò, il men che si possa notare in merito alle frasi vagamente egolatriche di cui sopra è l'assenza dal loro universo concettuale della categoria di "Parlamento". Che pure designa il luogo proprio in cui si delibera sulle sorti del Governo (Cost. 94). Ma, come diceva Totò, ogni limite ha la sua pazienza. (28.11.12)


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Mezzo seminario sul populismo

Editoriale di Andrea Ermano – mercoledi 12 settembre 2012

Domenica scorsa l’autorevole opinionista del Financial Times Martin Wolf ha commentato la proposta, avanzata da Mario Monti, di tenere un vertice continentale contro il populismo. Questo vertice andrebbe bene, ha detto Wolf, a patto che diventi “una specie di seminario”.


Sbaglierebbero i capi di stato e di governo europei qualora intendessero intervenire realmente, cioè con misure concrete, contro il populismo - afferma l'editorialista del Financial Times. Sarebbe un errore “poiché i populisti accuserebbero l’UE di discriminarli”. Ci chiediamo se non sarebbe un più serio errore, da parte dei leader europei, assistere imbelli alla caduta verticale di consensi dentro l’UE nel bel mezzo della guerra speculativa contro la moneta unica. E ci chiediamo altresì se un errore ancor più grande non consisterebbe nell’abbandonare minoranze e immigrati alle ricorrenti campagne d’odio dei populisti europei.

L’autorevole commentatore non chiarisce questi interrogativi; solleva altre questioni. Che succede – si chiede Wolf – “se un leader populista sale al potere con regolari elezioni, sulla base di un programma totalmente xenofobo”? Potrebbe l’UE sconfessare il metodo democratico che ha portato a quell’esito?

Due domande importanti. Approfondiamo la prima per rispondere alla seconda: che cosa succederebbe se un leader populista europeo vincesse le elezioni non già su un programma totalmente xenofobo, ma su un programma espressamente nazifascista?

Purtroppo, al fondo di tutti questi discorsi seminariali, resta il fatto storico che anche Hitler e Mussolini avevano vinto le loro elezioni democratiche (o giù di lì). Dal che non è più possibile definire “democratico” un metodo in forza del quale una maggioranza conferisce ai suoi rappresentanti il mandato di promuovere la persecuzione di una minoranza. Quando una maggioranza conferisse ai suoi rappresentanti il mandato di organizzare la discriminazione nei confronti di una minoranza, dovremmo sapere che, prima o poi, su questa via emerge il rischio di un “salto di qualità”.

Dalla discriminazione nasce la persecuzione. Di più: a forza d'insultare i discriminati e di umiliare i perseguitati – pidocchi! scarafaggi! – ecco che nella mente malata dei capi assoluti o dei loro luogotenenti può scattare il raptus di un cieca furia "insetticida". Ovvietà dell'orrore. Banalità del male.

Questo è stato.

Dunque, a fil di logica l’UE dovrebbe sconfessare, eccome, ogni sedicente “metodo democratico” che sancisse la vittoria di un programma “totalmente xenofobo”.

Qui inizia però un discorso doppio, che in un senso riguarda l’etica e nell’altro senso il combattimento.

Sul piano del combattimento una delle forme più antiche di democrazia si manifesta storicamente come elezione del comandante da parte dei suoi soldati. Le armate militari furono in origine un plebiscito che doveva rinnovarsi a ogni battaglia. L’indipendenza della polis stava o cadeva insieme alla disponibilità dei cittadini a battersi, armi alla mano, in difesa della patria dal barbaro invasore.

Militanza e cittadinanza: due quasi-sinonimi. Quanto è armato il popolo? Quanto ben inquadrato? Quanto ben motivato? Quanto ben guidato? Così si quantificava la forza della polis. E in queste “quantità” ineriva il vero principio della democrazia antica: “una spada, un voto”.

La “libertà degli antichi” discendeva in ultima analisi dalla capacità collettiva di un popolo in armi di opporsi alla sottomissione per mano straniera.

Oggi noi non ricordiamo più questo passato della nostra civiltà combattente. Un passato che si è protratto però fin dentro al Novecento, il secolo dei più grandi macelli.

Non ci rendiamo ben conto del fatto che sotto le ovvietà del nostro continente oggi pacioso, c'è una “laicità” più profonda della distinzione tra la libera Chiesa e il libero Stato.

È la spaccatura verticale tra la Politica e la Guerra.

Se andate al fondo di questa “laicità” potrete udire l'eco millenaria delle lamentazioni per i ragazzi crepati senza numero nel “sacro” adempimento del dovere.

Sacralità dell’amor patrio. Sacri confini della nazione. Sacre mura della città. Sacrario degli eroi caduti sul campo d'onore. No. Tutto questo non è sacro. È maledetto come fu maledetta Gorizia da “ogni cuore che sente coscienza” nel vecchio canto dai fanti italiani risalente all’agosto 1916 (proprio in questi giorni ho avuto modo di ascoltare la rivisitazione di “Gorizia” magistralmente compiuta da Dodo Hug ed Efisio Contini > ascolta il brano su Youtube http://www.youtube.com/watch?v=7PQwnt2iWEY).

La spaccatura verticale tra la Politica e la Guerra inizia a manifestarsi nell’Età dei Lumi, che pone fine alle guerre di religione. “Politico” era allora divenuto l’insulto che si riservava in Europa alla gente "vile", che rifiutava di schierarsi nella Guerra, sanguinosissima, tra cattolici e protestanti.

Dopo la spaccatura verticale, dopo la "crisi d'ordine in Europa", la Guerra non apparve più universalmente e necessariamente come l’altra faccia della Politica, la sua "prosecuzione con altri mezzi".

La Politica prese a intendere in se stessa il contrario esatto della Guerra. La Politica moderna vuol essere conciliazione antieroica tra interessi che si dichiarano tutti sacrosanti e inconciliabili, ma che pur devono poter essere conciliati. Chi vuol evitare la Guerra, e in particolare la guerra di tutti contro tutti, deve riuscire ad far sempre più progredire la Politica come luogo di una mediazione volta a salvaguardare la vita e i beni dei cittadini – tramite la pace e non tramite la guerra.

Era emersa dall’Umanesimo rinascimentale l’idea della “dignità”. Il trionfo del più forte come esito di un "Giudizio divino" cedeva lentamente il passo al nuovo fondamento della legittimità: egual diritto come attributo di ogni persona. Ecco la "libertà dei moderni", che riguarda non un popolo, ma ciascun singolo individuo.

Orbene, focalizzata la faglia tra “libertà dei moderni” e “libertà degli antichi”, il nostro piccolo seminario potrebbe ritornare alle problematiche del populismo europeo da cui siamo partiti. Ma – care compagne e cari compagni – forse che non abbiamo sudato abbastanza per oggi!? Quanto più la situazione appare (ed è) convulsa, tanto più si consiglia pensare pensieri senza fretta. [12.9.2012]


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Come evitare lo Scatenamento

Editoriale di Andrea Ermano - lunedì 28 maggio 2012


Molti doni, e preziosi, portò la follia alla Grecia. E tra questi un uomo alquanto bizzarro, ma saggio: Diogene di Sinope, detto anche “il Socrate folle”. Elesse a domicilio una botte. Poi, con la lanterna sotto il sole cocente, si pose alla ricerca dell’uomo. Uomo che gli accademici usavano classificare come “animale bipede implume”; e allora lui si presentò all’Accademia con un pollo spennato: “Eccovi l’uomo”.

Si dice che un giorno mandò a “vaffa” il grande Alessandro. Un altro giorno, prese a sbrigare delle faccende “riguardanti Afrodite” in mezzo all’agorà! E allorché i mercanti di Atene ristettero esterrefatti dinanzi a quel barbone che, fuor di metafora, si masturbava sulla pubblica piazza – Diogene levò il pugno contro di loro, imprecando: “Ah, se, strofinando la pancia, si potesse eliminare anche la fame!”.

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All’antica scuola di Diogene si rifà un celebre intellettuale tedesco contemporaneo, Peter Sloterdijk, che nella sua Critica della ragion cinica riserva il nome greco di quella filosofia, il kynismòs, per designare la sfrontatezza “dal basso”. Frontalmente contrapposta al cinismo dei moderni che per questo filosofo è invece una specie di lotta di classe “dall’alto”.

Il cinismo moderno sa di essere quel che è: una lucida malafede. Il cinismo moderno siamo noi, che un po’ vorremmo emanciparci dalla nostra grassa infelicità, dalla nostra malinconica rinuncia a una vita nuova in luogo di una vita falsa. È la sindrome del donabbondio universale che “constata” la propria debolezza di carattere. E però – cave canem! – si tratta di una debolezza dei freni civilizzatori, e questi quando si spezzano ci consegnano non alla mestizia, bensì allo Scatenamento.

L’idea di unificare nello Scatenamento cinico le molteplici forme della malafede – religiosa, politica, militare, sessuale ecc. – venne a Sloterdijk nel corso di un vastissimo studio sulla letteratura di Weimar come forma culturale della “modernità tedesca” nella quale era incubato il nazismo.

«Il tutto si presta a una lettura allarmante, e non tanto per gli orribili fatti, quanto per la sicurezza perfetta con cui il tacito patto esistente tra gli esseri umani viene ridotto in pezzi», protocollava in presa diretta la prosa dell’arte di Ernst Juenger negli anni Trenta: «L’impressione è all’incirca quella che si avrebbe se qualcuno nella stanza levasse la voce dicendo: “Già che ora siamo qui tra noi bestie - - -”».

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Forse dovremmo, noi italiani, sederci tutti intorno a un gran tavolo assembleare insieme a Grillo per rimeditare il problema del debito pubblico della città di Parma prima che il Capo comico arrivi a Roma. Ma che cosa proporgli? Non una patrimoniale, che sarebbe la classica falsa partenza foriera di pesanti insulti.

Ah, se insultando i cittadini si potessero anche governare le città! Ah, se i “vaffa” fossero convertibili in oro! Salderemmo ogni sofferenza e ogni esposizione finanziaria senza spendere un Euro. Ma purtroppo o per fortuna le nostre buone intenzioni, come le cattive del resto, conducono non sempre a conseguimenti proporzionalmente tali.

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E allora che fare contro il debito municipale? Giriamo la domanda al neosindaco Pizzarotti, detto “Pizza”. A proposito: se tutti i pizzaioli del mondo si dessero la mano, idealmente, e decidessero di versare alla città un centesimo per ogni etto di prosciutto, in breve tempo Parma, capitale mondiale della gastronomia, sarebbe liberata dalla morsa finanziaria che l’attanaglia.

Detto fatto, ci siamo recati da un esperto e competente pizzaiolo e gli abbiamo chiesto: “Senta, cosa ne dice se quella che lei decora con quattro bellissime fette di crudo e cinque bellissime fette di parmigiano, la si ribattezzasse Pizza Rotti devolvendo un tot dell’incasso a chi di dovere?”

L’esperto e competente gastronomo, dopo averci pensato su per qualche istante, ha emesso il suo parere tecnico in materia: “Pizza Rotti?! Non mi suona per niente. Meglio continuare a chiamarla Pizza Parma”.

Cosa ci fa capire il parere tecnico del lavoratore della gastronomia da noi interpellato? Ci fa capire che – Grillo o non Grillo – Parma è: Parmigiano, Prosciutto, Tortellino. Tre patrimoni dell’umanità. Auguriamoci che il neosindaco ne tenga debitamente conto e svolga bene il suo mandato.

E, visto che ci siamo, tenga ben presente – caro Pizzarotti – anche il salame di Felino, il culatello di Zibello, la spalla cotta di San Secondo Parmense, la spalla cruda di Palasone, lo strolghino, la culaccia, il fiocchetto e la cicciolata!

Né dimentichi i cappelletti in brodo, i tortelli ripieni d’erbetta o di patate, di zucca, funghi o castagne!

Per non dilungarci sui Tortél Dóls di Colorno e sulle chicche.

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Ciò premesso, azzardiamo una congettura più propriamente politica.

Grillo, da decenni, fa parte integrante dell’establishment nazionale – contro il quale egli mostra di scagliarsi come in uno spettacolo di wrestling, sport nel quale notoriamente ci sono degli atleti professionisti che si affrontano in incontri dall'esito prestabilito. Che poi è l’esito prediletto dall’establishment nazionale, entità impolitica, quando non antipolitica, giunta però forse alla vigilia del suo Scatenamento.

Ecco allora il contesto in cui va inquadrata anche la proposta di riassetto costituzionale del cav. Berlusconi: un’altra manovra wrestling volta a viralizzare la fantasia di un pubblico imbufalito, giunto anche esso, temiamo, alla vigilia del suo Scatenamento.

Ah, se lanciando idee di Grandi riforme si potesse riformare patria della Controriforma!

Di sicuro la questione non è se questo Parlamento di “nominati” possegga legittimazione bastante a realizzare una Grande riforma costituzionale, con tanto di doppie letture alla Camera e in Senato. Per una tale riforma manca semplicemente il tempo, visto che tra dieci mesi, al più tardi, si va tutti a votare.

Questo Parlamento può però riformare la legge elettorale, che è una legge ordinaria, sgombrando il campo tanto dal premio di maggioranza quanto dalle liste bloccate, e armonizzando la frastagliata soglia di sbarramento.

Le interminabili polemiche sull’eventuale introduzione di un sistema maggioritario uninominale possono attendere qualche tempo, perché la crisi esigerà comunque governi di vastissime intese; la questione della “governabilità” si pone oggi in termini di coesione e consenso sociale, non semplicemente di maggioranze parlamentari. E giova ricordare che la nostra Costituzione è rigorosamente proporzionale.

Nulla vieta che essa possa essere riformata in senso semi-presidenzialista, o anche presidenzialista, ma se ciò dev’essere, è augurabile che avvenga in modo organico, senza ulteriori interventi improvvisati, approssimativi e sconnessi.

Perché non procedere allora alla convocazione di una nuova Assemblea Costituente? In fondo, la consultazione politico-istituzionale tenutasi all'indomani della Liberazione fu uno dei momenti più alti della nostra storia unitaria.

Come nel 1946 gli elettori potrebbero ricevere due schede, l’una per l’elezione dei costituenti, l’altra per la scelta della forma di Governo, se parlamentare, presidenziale o semipresidenziale. [28.5.2012]

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Cara bambina di Pomigliano d'Arco

Editoriale di Andrea Ermano - lunedì 21 giugno 2010


Cara bambina di Pomigliano, che mi poni le tue ingenue domande circa questa nostra Repubblica fondata sulla "Futura Panda", non è facile trovare le risposte giuste, ma, insomma, vediamo.


Anzitutto, piccola mia, devi sapere che in un mondo nel quale tutti gli indicatori hanno iniziato a oscillare paurosamente, l’establishment italiano (e non solo italiano) tenta di correre ai ripari.

Così, la Fiat abbandona la Polonia e riapproda a Pomigliano d'Arco che aveva abbondonato molti mesi or sono. E tu chiedi perché? Già, perché la Fiat, adesso, trova utile posizionarsi nella la tua città?

Probabilmente perché vuol muovere alla conquista di quella che si preannuncia la nuova grande area emergente nell’economia mondiale globalizzata, l’area del “Mediterraneo allargato”. Si dice che verosimilmente per questa ragione la Fiat abbia firmato l’accordo, nonostante il “no” della Fiom.

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L’area campana rappresenta il luogo più adatto a proiettarsi nella nuova sfida dell’export automobilistico. La Fiat vuole ricollocarsi nell’area campana in quanto questa riunisce almeno quattro vantaggi e non da poco: a) i salari più bassi dell’Europa occidentale, b) il know-how automobilistico italiano, c) la grande infrastruttura portuale napoletana, d) l’estrema prossimità con il “Mediterraneo allargato”.

Parafrasando Hans Ruh, potremmo chiederci perché Berlusconi e Marchionne non propongano ai governanti maghrebini di celebrare presso i loro popoli qualche referendum tramite il quale sapere se i predetti popoli desiderino davvero andare a vivere anche loro in un futuro fatto di sviluppo fondato sulla Panda.

Referendum inutili e paradossali, ovviamente, perché la Panda è un destino.

Non si sfugge al destino, mia cara. Così il destino della mia generazione è stato lo smog, mentre alle generazioni più giovani si è riservata la monnezza. E chissà che cosa ti aspetta quando sarai grande tu, cara bambina di Pomigliano.

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Pomigliano val bene una messa... Una messa “in quel posto” agli operai, si sarebbe detto un tempo, ma l’espressione suonerebbe oggi troppo greve e volgare, e quindi non la si usa più. Io qui ne ho fatto menzione per ragioni puramente storico-documentarie.

In cambio della “messa” di Pomigliano, la Fiat ha chiesto un bel po’ di contropartite, sapendo perfettamente che andranno poi ricontrattate in corso d’opera. Almeno sul piano salariale. O almeno lo speriamo. Ma intanto hanno trovato le parole per confessare l'inconfessabile.

Tu, comunque, non stupirti, cara bambina, e impara ad accettare la realtà finché sei piccola.

Era assolutamente necessario che gli imprenditori padani chiedessero, chiedessero e chiedessero.

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Questo "chiedere per non dare" era necessario affinché a voi meridionali non vengano in mente strane idee circa il vantaggio di posizione che vi attende proprio lì, dietro a questo "Tornante della Storia", come il nostro Ministro dell’Economia e della Retorica ama definire il rischio di bancarotta cui l'Occidente è esposto dopo un ventennio di liberismo selvaggio.

La destra padana porta a casa un evidente vantaggio perché l’asse del dibattito si sposta “a destra della Costituzione”, che viene contrapposta (non senza ricatto) al desiderio di lavoro degli operai.

La Cgil subisce una frattura non trascurabile.

Un alto esponente della destra ha dichiarato che anche gli operai trarranno un grande vantaggio morale dall’accordo, datosi che ricominceranno finalmente a guadagnarsi il salario con il sudore della fronte dopo aver profittato per anni della Cassa integrazione mentre lavoravano in nero, magari per organizzazioni camorristiche o giù di lì.

Così ha parlato un alto esponente della destra.

Ma tu non offenderti, cara bambina, e impara ad accettare il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo.

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Immagino che tu ti sia domandata, nella tua testolina, che cosa significa “Mediterraneo allargato”. No, non occorrerà allargare il mare per far spazio al Ponte sullo Stretto di Messina. Non devi andarmi a pensare che il Piano Grani Eventi e Grandi Opere preveda lo spostamento a est del Bosforo o a ovest delle Colonne d’Ercole.

Quando parlano di “Mediterraneo allargato”, loro si riferiscono in sostanza all’antico territorio dell’impero romano che si estendeva per tutta l’Africa settentrionale e per il Medioriente, fino all’Iraq. È soprattutto lì che la globalizzazione produrrà, sembra, nuove efflorescenze d’urbanesimo; ed è lì che le masse d’inurbati avranno “bisogno”, sembra, delle nostre automobili.

Lo so, tu che sei piccina, penserai ora a tuo nonno l’altro giorno bofonchiava qualcosa sull'imperialismo straccione. Be', in fin dei conti il plot fondamentale della cultura politica italiana è quello lì.

E sempre lì si tende a tornare, finché il nostro Paese non rifletterà seriamente sul proprio passato.

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Nell’auto-interpretazione nazionale, come imparate a scuola, il Novecento si compone anzitutto del Piave, che mormorava calmo e placido al passaggio degli Alpini il 24 maggio. Poi è arrivato un omone, non poi così cattivo. Dopo un po' è arrivato anche Bruno Vespa e – oplà – ecco gli Americani. A quell'epoca (Epoca dello Sbarco) loro, a forza di navigare su e giù per l'Atlantico sono scivolati dentro al Mediterraneo, detto anche Mare Nostrum, sbarcando inevitabilmente dalle nostre parti.

Poi, i soldati di quello che tuttora è uno dei più potenti eserciti del mondo risalirono disordinatamente le valli che altri avevano disceso con orgogliosa sicurezza. E, attestandosi sempre più a nord, dai loro camion presero a tirare di qua e di là cioccolate, preservativi e stecche di sigarette. Fu così che arrivarono in Europa.

Anche noi prendemmo a guardare all'Europa. Lì c'erano gli Americani. Sembra che stessero in Europa per tenere d'occhio l'Atlantico, dove possedevano l’omonimo Patto. Che però adesso vive una esperienza esotica, tipo Laurence d’Arabia. Insomma, loro in questo momento si sentono attratti più dal Pacifico che dall’Atlantico.

E quindi anche noi guardiamo più al Mare Nostrum che all’Europa.

Grazie al Mare Nostrum, abbiamo già risolto il problema degli sbarchi a Lampedusa: ricordi tutte le migliaia di individui indesiderati in procinto di delinquere in quanto aspiranti immigrati clandestini. Pare che costoro, grazie al governo di Tripoli, vengano trattenuti in appositi campi di trattenimento, in attesa di ricevere il sacramento del battesimo cattolico dalle mani del card. Biffi e una 850 coupé da quelle del dott. Marchionne.

Ignori i nostri programmi umanitari? Questa materia non è ancora in programma a scuola? Vedrai che la Gelmini ce la mette, magari affidandola agli insegnanti di religione.

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Vuoi sapere quel che penso io di tutto questo? Io, cara la mia bambina di Pomigliano, penso che alti guai attendano la nostra povera Italia, se ora si tuffa nel “Mediterraneo allargato”, fuori da una seria concertazione europea, in eventuale dissidio con la politica estera occidentale e magari fidando sul sostegno degli amici Putin e Gheddafi.

Diceva una volta un vecchio: “Occorre aggrapparsi all’Europa”. Aggiungo io: in Europa occorrerebbe aggrapparsi a un serio dibattito sull’uso che i popoli potrebbero (e quindi dovrebbero) fare dell’Unione a favore di una Governance politica globale.

Non capisci la parola “Governance”? Uhm, vediamo. “Governance” significa che ciascuno contribuisce a evitare il caos, il panico e le guerre. Come? Facendo ciascuno la propria parte per favorire un ragionevole contenimento dell’anarchia capitalistica, delle guerre di religione e dei disastri ambientali.

Su questo “uso dell’Europa” occorrerebbe, bambina mia, sollecitare una grande discussione collettiva in ogni sezione di partito.

Peccato che non ci siano più né i partiti né le sezioni.

Di tutta la “vecchia politica” finita sotto i cingoli del "nuovo che avanza" una cosa hanno salvato. Una sola. Porta anch'essa un nome in odore vago di "coniche". Ma appunto non si tratta delle "sezioni". [21.6.2010]


POSCRITTO del 1° novembre 2012 - Cara ex bambina di Pomigliano, come sei cresciuta! Anche il "Mediterraneo allargato" è molto cresciuto. Ma più di tutto è cresciuta l'attesa della Crescita. A fronte della nuova situazione (ci sono state le "primavere arabe" e i relativi "autunni") l'idea della "Futura Panda" e della "Fabbrica Italia" appare al momento ancora un po' prematura. E così il tuo papà, che a malincuore aveva rinunciato alla tessera Fiom ("per senso di responsabilità verso una famiglia da mantenere"), è stato licenziato. Alcuni giornali hanno parlato di "rappresaglia". Comunque, adesso è inutile piangere sul latte versato.


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Un po' oltre questa fase

Editoriale di Andrea Ermano - sabato 26 marzo 2011


"Che ci facciamo noi laggiù?" – chiedono i media britannici al premier Cameron con riferimento alle operazioni militari in Libia. E sembra che già un mese fa da Londra siano partite un bel po’ di truppe speciali per preparare l'insurrezione, riferisce il Sunday Mirror. Un mese dopo, gli insorti di Bengasi sono stati sottratti al "bagno di sangue" ed è senza dubbio un bel risultato umanitario.

L'operazione Odissea all’alba non ha sortito effetti specifici sulla tirannia di Gheddafi, causando invece una scossa di assestamento nel "nuovo ordine mondiale", con il quadrilatero Brasile-Russia-India-Cina (BRIC) che rivendica ormai una sua primazia di affidabilità a fronte dello scoordinamento euro-americano. Ora tutti si appellano alla "soluzione politico-diplomatica", che prevedibilmente sarà fonte di nuove tensioni.

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Fatichiamo a cogliere l'esatta finalità di tutto questo. Proviamo allora a ripercorrere alcune notizie dell'ultimo anno, apparentemente disparate.

Nell’estate scorsa, mentre Mosca si vedeva assediata dagli incendi per siccità, giunse dal Cremlino la notizia secondo cui erano state sospese fino a nuovo ordine le esportazioni di grano, cosa che – dissero subito avveduti commentatori – avrebbe nuociuto all’Egitto, dipendente dalle forniture cerealicole russe.

Sempre nell'estate scorsa, quando Marchionne avviò il suo rilancio condizionato di Pomigliano d’Arco, presero a circolare strategie aziendali sulla nuova area emergente dell’economia globalizzata, che si estenderebbe dall’Iraq al Marocco.

In autunno si parlò della strana "campagna d’Africa" che Pechino porta avanti ormai da tempo con l’acquisto massiccio di terreni coltivabili, materie prime, beni alimentari ecc.

Sotto Natale siamo stati informati che incombeva sull’Africa e altre regioni povere del mondo uno spaventoso aumento dei prezzi alimentari. Era il risultato dell’embargo russo e del consumismo cinese nonché delle consuete speculazioni finanziarie (futures ecc.) che i nostri garzoni di borsa moltiplicano per ritagliarsi una fetta di lesso.

A febbraio ci siamo svegliati stupefatti: tumulti nel mondo arabo per il pane!

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Vent’anni fa, riflettendo sulla necessità di produrre energia senza rischiare nuove Cernobyl (e senza continuare a surriscaldare l'atmosfera), un fisico tedesco si accorse che i deserti della Terra ricevono dal Sole "in sei ore più energia di quanta l’umanità consumi durante un anno".

Quel fisico, il dottor Gerhard Knies, si mise al lavoro. E nel 2003 promosse un incontro informale tra la fondazione ecologista Hamburger Klimaschutz Fonds, il CNR del Regno di Giordania e il Club di Roma. Ne seguì un’intensa fase di studi, ricerche e sperimentazioni.

Nel 2009 un consorzio tedesco (formato da RWE, Eon, Deutsche Bank, MAN, Siemens e Schott Solar) ha istituito la Desertec Foundation, con una proiezione di spesa pari a 400 miliardi di euro e l’obiettivo di produrre "fino al 15% del fabbisogno energetico euroccidentale" (http://www.desertec.org/de/globale-mission/).

Nel novembre scorso è stata inaugurata in Marocco la prima centrale elio-elettrica. In sostanza si tratta di una macchina a vapore, gigantesca, costituita da ordini di specchi parabolici che convogliano la luce solare su lunghi sifoni cilindrici dai quali, grazie all’elevata temperatura, fuoriesce un getto continuo di vapore che aziona apposite turbine. (http://www.desertec.org/en/concept/technologies/)

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Due ex ministri degli esteri italiani, Massimo D’Alema e Gianfranco Fini, ci hanno spiegato che, grazie alle nuove tecnologie, il deserto libico può produrre energia elettrica quanta ne basta per l’Africa e l’Europa messe assieme.

È perciò che il Parlamento unanime (con l'eccezione di Furio Colombo e dei radicali) ha stipulato il famoso contratto d’amicizia con Gheddafi? In caso affermativo, sia consentito chiedere a chi ci governa se questo "capolavoro di diplomazia" bipartisan è avvenuto come solitario colpo di genio italico o all’interno di un solido quadro di alleanze.

Frattanto, la Banca mondiale ha stanziato qualche miliardo di dollari nella cosa. Anche la Francia ha attivato un suo progetto, il Transgreen. Lo stesso vale presumilmente per diversi altri paesi. Insomma, si profila una corsa allo sfruttamento energetico dei deserti.

E l’immane tragedia giapponese può avere impresso alla dinamica una brusca accelerazione, soprattutto in conseguenza del ripensamento sul nucleare da parte dell'opinione pubblica internazionale.

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Se è vero che i deserti della Terra ricevono energia pari a centinaia di volte il fabbisogno mondiale, come sostiene il dott. Knies, ne consegue che gli interessi energetici in ballo nella partita contro Gheddafi potrebbero superare la questione petrolifera tutta intera, e di qualche ordine di grandezza. Il che, sul piano della valutazione storica, comporta un rischio di tensioni e guai molto seri. Evidentemente, occorre lavorare alla pacificazione dell’area mediterranea, senza egoismi nazionali, miopi e suicidi.

L’attuale crisi militare nasce in ultima analisi dalla carenza di pane nel Maghreb. Sicché l’Occidente – dopo avere mobilitato armi, aerei e missili per ragioni umanitarie – dovrebbe mettere ora coerentemente in atto un Piano Marshall per l’alimentazione umanitaria, l’educazione umanitaria, la ricerca scientifica umanitaria, i posti di lavoro umanitari: "Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgenti di vita per milioni di vite umane che lottano contro la fame!". [26.3.2011]

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Poscritto 30.10.2011

DESERTEC IN ACCELERAZIONE

Desertec, il gigantesco progetto tecnologico capace di trasformare il sole del deserto in energia elettrica (senza emissioni di CO2), sta entrando nella sua fase operativa. Più speditamente del previsto.


Vent’anni fa, riflettendo sulla necessità di produrre energia senza rischiare nuove Cernobyl (e senza continuare a surriscaldare l'atmosfera), un fisico tedesco, Gerhard Knies, decise di prendere le mosse dal fatto che i deserti della Terra ricevono dal Sole "in sei ore più energia di quanta l’umanità consumi durante un anno". Il dottor Knies si mise al lavoro. E diede vita al progetto Desertec.

Desertec è in sostanza una gigantesca macchina a vapore composta da ordini di specchi parabolici che convogliano la luce solare su lunghi cilindri dai quali, grazie all’elevata temperatura, viene generato un getto di vapore capace di azionare speciali turbine idroelettriche.

La Siemens ha affinato in Cina le tecniche di trasporto dell'energia elettrica su lunghe distanze. Verranno applicate al progetto Desertec per poter rifornire l'Africa subsahariana e l'Europa lungo condotte di circa tremila chilometri. Solo per la costruzione degli elettrodotti è stato previsto un investmento di 45 miliardi di euro, riferisce il settimanale Der Spiegel.

"Desertec procede più velocemente di quanto assunto originariamente. Due anni fa si era calcolato che la costruzione della prima centrale elio-solare non sarebbe potuta partire prima del 2015. Oggi si ritiene che il completamento dell’opera dovrebbe avvenire tra il 2014 e il 2016 “a seconda delle tecniche che verranno concretamente impiegate”, ha detto il direttore generale del progetto Ernst Rauch.

Ieri le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui la prima centrale Desertec verrà posata (anch'essa in Marocco) su dodici chilometri quadrati di deserto e dovrebbe produrre circa la metà dell’energia di una centrale nucleare di nuova generazione. Il direttore Rauch ha detto che l’impianto inizierà a fornire energia tra due-quattro anni al massimo, riferisce la Suedddeutsche Zeitung.

Con un investimento iniziale di 600 milioni di euro e un costo complessivo di due miliardi a opera completata, Desertec passerebbe da una capacità iniziale di 150 megawatt fino ai 500 a regime.

L’energia prodotta dovrà essere impiegata in parte consistente in Africa, in parte verrà però esportata anche in Europa.

Dopo la moratoria nucleare seguita al disastro di Fukushima i finanziatori del consorzio (Deutsche Bank, Siemens, E.on, Muenchener Rueck e altri) hanno deciso di accelerare la corsa alla conquista dell’energia elio-elettrica dei deserti.

Il Marocco, paese non ricco di riserve fossili quanto i suoi vicini e quindi fortemente interessato a superare la propria dipendenza energetica, è stato prescelto dagli investitori europei quale partner ideale in questa impresa, che dovrebbe condurre entro il 2050 alla copertura di circa il 15% del fabbisogno energetico del nostro continente oltre che di parte notevole di quello dei paesi africani, e ciò senza implicare alcuna emissione di CO2.

Il volume degli investimenti Desertec da ripartirsi nei prossimi quattro decenni ammonterebbe a circa 400 miliardi di euro, il 30% dei quali verrebbe raccolto dalla società Dii, costola imprenditoriale della Desertec Foudation.

Il governo tedesco sarebbe pronto ad assumere la guida dell’impresa non appena questa sarà entrata nella sua fase propriamente operativa, ha dichiarato Rauch in merito ai colloqui in corso a Berlino presso i ministeri federali dell’ambiente e dell’economia.

Ai colloqui prenderebbero parte anche Spagna, Italia, Francia e UE, riferisce l'agenzia Reuters. [16.10.2011]


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Il nostro noi diviso

Editoriale di Andrea Ermano - lunedì 18 aprile 2011


È molto grave che un barcone di profughi possa naufragare con tutti i passeggeri a bordo sotto i binocoli di tanti osservatori oscenamente discreti; ma, posto che ciò accada per una tragica fatalità, a quale causa movente dobbiamo attribuire le salve di battute nazional-padane sui naufraghi morti?

"Con gli immigrati non possiamo usare le armi, per ora", parola dell'ex ministro leghista Castelli. "Quando i nostri pescherecci, disarmati, si avvicinano alle coste della Tunisia vengono mitragliati. Usiamo lo stesso metodo. . .", parola dell'eurodeputato leghista Speroni: "Hitler ha sbagliato tutto! Se fosse vissuto ai giorni nostri avrebbe mandato i tedeschi coi barconi a invadere il mondo e nessuno avrebbe potuto fermarli perché. . . be', ci sono le ragioni umanitarie".

Così, la morte accidentale di una carretta migrante viene inalveata in un letto di gelo psichico, sul quale il nostro comune sentire è destinato a deragliare da ogni rapporto con il dolore degli altri. Eppure, esistono satelliti geostazionari. Esistono previsioni atmosferiche. E il Mediterraneo è zona di guerra. Un bel po' di occhi sono puntati sul tratto di mare antistante alle nostre coste. Un bel po’ di previsioni atmosferiche vengono scodellate a getto continuo sulle scrivanie degli strateghi che dovrebbero quindi sapere che cosa bolle in pentola tra la Libia, la Tunisia e l'Italia.

Oplà, sono annegati.

Be', non possiamo mica sparargli addosso, ancora.

Certo, farebbe molto più deterrenza se li mitragliassimo. In fondo, perché no?

Il tiro al rifugiato ha buone possibilità di divenire lo sport nazional-padano, dato che Hitler oggi espugnerebbe il castello di Udine mimetizzato da bimba eritrea.

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Ai tempi in cui la propaganda nazista non si nascondeva dietro alle ragioni umanitarie, i trattati di logica filosofica insegnavano che "comprendere il senso di una proposizione significa comprendere che cosa accade se essa è vera".

Noi comprendiamo che cosa ci sta accadendo?

Il professor Alberto Asor Rosa sul manifesto se lo chiede: "A che punto è la dissoluzione del sistema democratico?" Per il professore siamo alla vigilia di una crisi simile a quelle del 1922 in Italia e del 1933 in Germania: "Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando".

L’ultimo baluardo repubblicano consisterebbe, secondo il professore, negli articoli 87 e 88 della Costituzione, che attribuiscono al Presidente della Repubblica "il comando delle Forze armate" e la facoltà di "sciogliere le Camere". Su questa base bisognerebbe, sempre secondo Asor Rosa, procedere a un "colpo di mano dall’alto" instaurando quello che lui chiama un "normale stato d’emergenza", con tanto di Carabinieri, Polizia di Stato, sospensione delle immunità parlamentari, restituzione alla magistratura delle sue prerogative, proclamazione d’autorità di nuove regole elettorali, soluzione del conflitto d’interessi e rimozione della "lobby affaristico-delinquenziale al potere".

La cifra paradossale della cosa si può intravvedere in filigrana nell’espressione "normale stato d’emergenza", dove l’attributo sembra contraddetto dal sostantivo e viceversa: "Pensavo mi chiamasse uno psichiatra, non un giornalista", ha confessato a Goffredo De Marchis di Repubblica il vecchio professore dopo che il suo appello para-golpista aveva scatenato una bella levata di scudi. Se lo dice lui.

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Siamo di fronte all’ennesimo sintomo weimariano? Speroni fa balenare la mitraglia della Guardia costiera contro i migranti? Ed ecco allora che Asor evoca l’arma dei Carabinieri e lo stato d’emergenza. . . Deterrenza bilanciata, escalation assicurata.

Nella sua summa dedicata alla "sindrome weimariana" Peter Sloterdijk mostra bene i rischi insiti nel surriscaldamento verbale, di cui – nel 1922 come nel 1933 – furono protagoniste varie formazioni paramilitari ad alto tenore ideologico.

La mancanza di senso della misura si manifesta anzitutto come mancanza di dubbi circa le posizioni ideologiche proprie. Ed affligge in modo più virulento le ideologie maggiormente capaci di provocare le tragedie più grandi.

La mancanza militante di senso della misura alimenta una progressione dell’arbitrarietà incline alla violenza, ma soprattutto prepara, per accumulo, quel fenomeno che Sloterdjik definisce "scatenamento cinico", in forza del quale, raggiunto il punto di saturazione, scatta una sorta d’isteria collettiva sulla cui onda ha luogo la transizione totalitaria.

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Da noi, fino a qualche tempo fa, la questione della tenuta democratica pareva risolta alla radice nel rapporto con l'Europa. Ma l’Unione Europea appare al momento divisa e disorientata a causa delle turbolenze globali, mentre l’anti-europeismo appartiene ai caratteri originari della destra, sicché ora entra in oscillazione anche questo ancoraggio.

Dobbiamo guardare in faccia la realtà di un "noi diviso", come tratteggiato da Remo Bodei nell’omonimo saggio del 1998. Dobbiamo comprendere bene, però, dove passa la faglia. Bisogna cioè vedere quali sono le formazioni storiche di interessi che divergono o confliggono.

Per alcuni "poteri forti" è del tutto indifferente se l'Italia rappresenta la quinta o la cinquantesima potenza industriale del mondo, né cambia granché per loro se il tessuto sociale, civile ed economico del Paese gode o meno di buona salute, e lo stesso vale per l’ancoraggio europeo. Quali sono questi "poteri forti"?

Ad esempio, la mafia, titolare di fatturati ben maggiori rispetto a molti di quelli legali dell'industria e del commercio: è un sub-sistema che vuole comandare sul proprio territorio, al limite per trasformarlo in discarica.

Ad esempio, il berlusconismo, nome che sta qui per l’ala rapace della razza padrona: un sub-sistema che funziona secondo regole proprie, in tensione perenne con le regole vigenti in ogni "paese normale". E che importa se la deriva si fa sempre più allarmante.

Ad esempio, lo strapotere delle gerarchie cattoliche, che confligge con l’idea di progresso civile dell’Italia – vuoi nella dimensione democratica o dell'integrazione europea o dello stato di diritto – tre sinonimi di un incremento di laicità non facilmente compatibile, hic et nunc, con il costrutto materiale e dottrinale vaticano, che è l’archetipo primo e il teatro ultimo del nostro "noi diviso". [18.4.2011]


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Dieci piccole epsilon

Commento di Andrea Ermano - sabato 5 marzo 2011


"Può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura?" – Nella seconda parte del suo libro su Gesù, d’imminente uscita, papa Ratzinger s’interroga sulla celebre domanda pronunciata dal “pragmatico Pilato” un tragico venerdì di circa duemila anni fa.


Tutti sanno che i politici romani portano su di sé responsabilità storiche. Ad asserirlo stavolta non è Bossi, ma Joseph Ratzinger che, nella seconda parte del suo libro su Gesù, d’imminente uscita, s’interroga sulla celebre domanda pronunciata dal “pragmatico Pilato” un tragico venerdì di circa duemila anni fa.

Un predicatore nazareno sta in piedi davanti al governatore nel pretorio. È imputato di vilipendio all’autorità civile e religiosa, reato grave ove non sacrilego. Potrebbe costargli la vita.

Il giovane intellettuale della Galilea si mette a parlare di verità, dichiara di essere venuto al mondo per testimoniare la “verità”. Un fanatico?

“Che cos’è la verità?” – gli chiede a bruciapelo il prefetto, tanto per vedere quale definizione abbia in mente l’imputato. Dopodiché sarà facile chiedergli perché mai la sua verità debba coincidere con la Verità vera, quella con la “V” maiuscola.

L’imputato tace. Dopo qualche istante l’intero quadro accusatorio appare a Pilato del tutto inconsistente: “Non trovo nessuna colpa in lui”, constata.

Poi, però, invece di proscioglierlo, lo spedisce sul patibolo. È per via di un mezzo plebiscito, inscenato sotto il balcone da una tifoseria ululante.

Che importa se l’innocente non è colpevole? Che cosa significa innocente, o colpevole? Che cos’è, appunto, la verità?

In politica i rapporti di forza contano. E per lo più i rapporti di forza discendono in politica da semplici quantificazioni: tanti i sostenitori, tanti gli oppositori, tanti gli indifferenti.

Qui s’inserisce la domanda ratzingeriana: ”Può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura?“.

Un bel dilemma, perché o la politica è totalmente incapace di verità (e l’unica sua legittimazione sta allora nella violenza, nella corruzione, nella frode o in una qualche altra capacità fattuale di prevalere su concorrenti e avversari), oppure bisognerà pur poterlo sciogliere, questo paradosso di Ponzio Pilato, cioè ‘mostrare’ un grano di verità in politica, evitando però vecchi e nuovi dogmi, vecchi e nuovi furori, vecchie e nuove crociate.

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Uno schema di soluzione, si può forse provare a tratteggiarlo partendo da quella “curvatura” dello spazio interpersonale che chiamiamo Linguaggio.

Sull’isola di Delfi – patria del Linguaggio (Conosci te stesso! Nulla di troppo!) – antichi scultori inscrissero la lettera greca “E”, una grande Epsilon, la inscrissero nel frontone del tempio di Apollo. Questa grande Epsilon, ad ascoltare Plutarco, indicava la seconda persona del verbo essere: Tu sei. Tu esisti.

Analogamente, in ogni parola umana è inscritto un piccolo indizio cui di solito non badiamo, ma che intende sempre e comunque l’esistenza reale di un “tu” capace di ascoltare quella parola. Ciò che vale anche per la parola “verità”, e per essa anzi vale a ben maggior ragione.

La verità della verità si svela essere un “tu” che emerge come significato sostanziale dal linguaggio umano, comunque, dovunque.

La verità della verità s'incarna nella sostanza prima dell'altro essere umano. Fin dall’inizio della riflessione sulle categorie, già in Aristotele, la categoria di sostanza prima è regolarmente associata a un essere umano. Né esso ammette un maggiore o minor grado di sostanzialità, afferma il Filosofo. Tutti gli esseri umani sono pari in sostanzialità e umanità, cioè pari in dignità.

Ecco, a partire da questa categoria sostanziale della dignità umana, la politica – ma non solo essa – può e deve farsi carico della verità a lei propria, una verità faticosa, priva di sfarzo. Inesauribile nella sua capacità critica. Inservibile in funzione dogmatica.- [5.3.2011]


P.S.: Nel suo Dizionario delle sentenze latine e greche, Renzo Tosi menziona un "curioso aneddoto", secondo cui Gesù avrebbe risposto alla domanda "Quid est veritas?" con un arguto gioco di parole: "Est vir qui adest" (È l'uomo che ti sta davanti): anagramma. – Non pare storicamente verosimile che i due possano aver conversato in latino, ma se non è vera, è ben trovata.


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"Chi odio io?" ==


Editoriale di Andrea Ermano - giovedì 24 gennaio 2013


Pensierini inattuali sul partito dell'odio


«Chi mai odio io – al meglio – tra la gentaglia d'oggidì? La gentaglia socialista (…), quelli che minano alla base l'istinto, il piacere, il senso di frugalità del lavoratore nel suo modesto modo di essere, – lo rendono invidioso, gli insegnano la vendetta… Mai l'ingiustizia sta nei non eguali diritti, essa sta nella rivendicazione di diritti "eguali"… Che cos'è cattivo? Ma l'ho appena detto: tutto ciò che nasce da debolezza, invidia, vendetta. L'Anarchico e il Cristiano discendono da un'unica origine.»

Con queste parole, paradossali, Friedrich Nietzsche chiude il capitolo cinquantasettesimo del "Saggio per una critica del Cristianesimo", apparso nel 1888 e noto con il titolo Der Antichrist.

Affinità originaria tra l’anarchico, il cristiano e il socialista, dunque, che in altri luoghi Nietzsche estende all’analogia tra il socialista e l’ebreo nonché tra l’ebreo e il filosofo, vertice pretesco di ogni esecrabilità (qui traspare l'ironia paradossale del grande pensatore).

Il pamphlet nietzscheano esce negli anni Novanta dell’Ottocento anche in traduzione italiana e ha grande diffusione nel neonato PSI. Ne troviamo traccia sull'ADL di oltre un secolo fa. La nostra "Piccola biblioteca socialista" propone Nietzsche come lettura consigliata alle avanguardie organizzate del movimento operaio d'emigrazione.

Nietzsche "odia" i socialisti, dunque. E li odia però in odio… all’odio, cioè al risentimento dell’invidia, che ogni vitalità perseguita, che ogni piacere manda in rovina.

Nietzsche "odia" i socialisti. Ma i socialisti non odiano Nietzsche e molti giovani socialisti anzi lo amano appassionatamente. Tra questi amanti giovani di Nietzsche c'è un ventenne che sembra predestinato a grandi cose; ed è su di lui che ora vorrei soffermarmi.

Losanna, 26 marzo 1904: il giovane socialista, brillante collaboratore dell'ADL e lettore attento di Nietzsche più che di Marx, si produce in una pubblica disputa che farà scalpore.

Con gesto plateale estrae dal taschino l'orologio a cipolla, lo colloca sul tavolo della presidenza e concede un minuto di tempo a Dio per fulminarlo lì, seduta stante. In caso contrario egli si vedrà costretto a dichiarare ufficialmente, dinanzi all'esterrefatto pastore valdese Alfredo Taglialatela, la comprovata e definitivamente confermata inesistenza dell'Altissimo.

Un trionfo.

Il giovane rivoluzionario non essendo stato incenerito seduta stante, pubblicherà i contenuti di quel dibattito presso l'editrice "La Fiaccola" in Ginevra con il titolo L'uomo e la divinità. Qualche tempo dopo ne curerà anche un’edizione luganese. Alla quale aggiungerà di suo pugno una prefazione.

Notoriamente, quel giovane socialista rivoluzionario è Mussolini, il futuro "Uomo della Provvidenza" e duce del fascismo. Scrive: «Con questo opuscolo la Biblioteca Internazionale di Propaganda Razionalista inizia le sue pubblicazioni, fiduciosa d'incontrare le simpatie dell'elemento operaio e lieta di contribuire colla sua opera al movimento generale d'emancipazione umana. (…) Davanti all'espandersi del libero pensiero, Papa Sarto – trepido delle sorti del suo dominio – grida: "Fedeli, l'Anticristo è nato!". L'Anticristo è la Ragione umana che si ribella al dogma e abbatte Dio.»

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Mi viene in mente ora un'altra disputa sull'Anticristo tra un giovane socialista italiano in Svizzera e un pastore evangelico. Essa ebbe luogo tra chi scrive e Hans-Jürg Braun, pastore evangelico oltre che docente presso l’Università di Zurigo.

Si trattava di una delle mie prove orali per l'esame di laurea. E fu proprio Hans-Jürg Braun – uomo ascetico e spirituale – ad assegnarmi Der Antichrist quale testo tematico. Anzi, più che assegnarmelo, me lo impose con inamovibilità per me sorprendente, forzando la mia avversione di studente di logica per le prose filosofiche troppo estrose.

Arriva il giorno dell'esame e la nostra disputa ha luogo a ruoli buffamente rovesciati rispetto a quelli del giovane Mussolini e del pastore Taglialatela.

Adesso è il pastore Braun ad argomentare l'anticristianesimo nietzscheano, mentre io, agnostico e perplesso, mi ritrovo a difendere le ragioni della morale tradizionale. Alla fine Braun riesce a estorcermi l'ammissione, molto controvoglia, che quel saggio del 1888, in effetti, mette a nudo una serie di problemi esistenti nel Cristianesimo, nel Socialismo e, a quanto pare, in ogni dottrina incline al narcisismo morale.

Dovetti concludere, mio malgrado, che il Nietzsche dell’Anticristo è… un buon cristiano.

Il pastore Braun mi diede il massimo dei voti, ma io mi odiai per quell'uscita. Nietzsche un buon cristiano!? Eppure così era ed è. Se è vero che un buon cristiano, come scrive Eco, ha il dovere critico e autocritico di collocare l'altro al di sopra di ogni astratta ideologia, e fosse pure un'ideologia astrattamente cristiana.

Idem come sopra per il socialismo.

Ignazio Silone – "cristiano senza chiesa e socialista senza partito" – saprebbe parlarci a lungo della sanguinosa Conquista, cristiana, in Terra Santa o nelle Americhe. O del Colonialismo – illuminista e liberale nella madrepatria europea, ma proto-nazista in Africa e Asia. Né tralascerebbe ovviamente il Comunismo sovietico.

Chi ha vissuto concretamente l’ottusità di un apparato real-socialista – come il notevole pittore contemporaneo Valentin Lustig, ebreo-rumeno emigrato a Gerusalemme, laureatosi all'Accademia di Firenze e trapiantatosi in Svizzera – non cessa di ammonirci su quanto inclinato e sdrucciolo sia il piano di collegamento tra le buone intenzioni e l’inferno.

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Non vorrei concludere queste prime considerazioni per il 2013 senz'aver riportato il Coro che Franco Fortini pubblicò su L’Avvenire dei lavoratori del 15 aprile 1944. In esso spicca con grande intensità il sentimento dell'odio. Si tratta del testo in cui la Shoah lascia per la prima volta un'impronta sulla lingua della letteratura italiana.


Coro di deportati


Quando il ghiaccio striderà

dentro le rive verdi, e romperanno

dai celesti d'aria amara

nelle pozze delle carraie

globi barbari di primavera

noi saremo lontani.


Vorremmo tornare e guardare,

carezzare il trifoglio dei prati,

gli stipiti della casa nuova,

piangere di pietà

dove passò nostra madre:

invece saremo lontani.


Invece noi prigionieri

rideremo senza requie

e odieremo fin dove le lame

dei coltelli s'impugnano.

Maledetto chi ci conduce

lontano, sempre lontano.


E quando saremo tornati

l'erba pazza sarà nei cortili,

e il fiato dei morti nell'aria.

Le rughe sopra le mani,

la ruggine sopra i badili:

e ancora saremo lontani.


Saremo ancora lontani

dal viso che in sogno ci accoglie

qui, stanchi d'odio e d'amore.

Ma verranno nuove le mani

come vengono nuove le foglie

ora ai nostri campi lontani.


Ma la gemma s'aprirà,

e la fonte parlerà, come una volta.

Splenderai, pietra sepolta,

nostro antico cuore umano,

scheggia cruda, legge nuda,

all'occhio del cielo lontano.


[24.1.2013]


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Oggi si prescinde dal Petrarca

Editoriale di Andrea Ermano - domenica 22 gennaio 2012


Angelico seno – di fronte a queste due parole un liceale d’altri tempi avrebbe associato quanto meno anche il settenario petrarchesco "l’aere sacro, sereno" che segue in rima. Non così noi oggi. Oggi si prescinde dal Petrarca. Con l'angelico seno ti si vende uno yoghurt per dimagrire ingrassando, della biancheria in fintapelle nera ecc. Il cortocircuito tra stimolo e soddisfazione sarà anche prosaico, e anzi bypassa la mediazione della parola, ma fa crescere il PIL, cioè l’economia, il benessere e la felicità – giurano gli economisti, non curandosi dell'impossibilità logica di una crescita produttiva infinita dentro un sistema di risorse finito.

In realtà, questa è la logica sistemica del debito. Ed essa rimanda a una categoria demoscopica recentemente ricordata dal grande politologo italiano Giovanni Sartori: "Negli Stati Uniti, per decenni, l'indicatore di una economia che ‘tira’ è stato la consumer confidence, la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno". La fiducia del consumatore scatta quando i soldi e i desideri girano vorticosamente facendo crescere il prodotto interno lordo. Il PIL e il debito sono come due corridori estremamente competitivi. Se il PIL trionfa sul debito, c’è il benessere. In caso contrario, la bancarotta.

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Supponiamo per esempio che la famiglia De Noves abbia un reddito annuo di centomila euro e debba pagare le rate di un mutuo di centoventimila euro per l’acquisto della casa. Dato che la casa vale più del debito e fintantoché le entrate dei De Noves non calano, il rapporto reddito/debito corrisponde a dodici decimi, cioè sei quinti. Se le rate del mutuo non sono troppo elevate è ben possibile che a queste condizioni i De Noves possono vivere bene.

Ma se mamma e papà De Noves vanno in pensione mentre i figli perdono (o non riescono a trovare) un'occupazione decente, e le entrate della famiglia si attestano sui sessantamila euro annui, il rapporto tra "numeratore" (il debito) e "denominatore" (il reddito) s’impenna in ragione di due a uno. E allora con un debito doppio rispetto alle entrate bisogna vedere se i De Noves riusciranno ancora a sostenere le rate del mutuo e tutte le altre spese necessarie al loro sostentamento. Certo è che se a quel punto l'importo da versare con ogni rata sale in modo inaspettato, i De Noves rischiano prima o poi di dover vendere la casa.

Orbene, l'Italia per pagare il suo "mutuo" fatto di BOT rischia di demolire la democrazia e lo stato sociale, ha osservato Barbara Spinelli. Ma questa non è solo una metafora italiana; descrive anche ciò che è realmente accaduto a innumerevoli famiglie americane. Negli USA, si sa, gli istituti di credito avevano lungamente concesso finanziamenti privati a condizioni da favola. Villette, mobili, automobili, ferie, carte di credito: molta gente ha potuto indebitarsi "in comode rate" per cifre stratosferiche, che mai e poi mai avrebbe potuto onorare.

Il sostegno americano alla consumer confidence poteva tuttavia procedere per la sua strada sia continuando a insaccare i debiti privati in fantasiosi cotechini finanziari, sia continuando a importare dai paesi emergenti merci a basso costo e a credito (sicché la sola Cina possiede oggi almeno duemila miliardi di buoni del tesoro USA).

Con il tempo il sostegno alla fiducia del consumatore ha iniziato ad accompagnarsi con una crescente industrializzazione dei "paesi emergenti" e deindustrializzazione dell’Occidente, la quale deindustrializzazione ha comportato una seria rarefazione dei posti di lavoro ben pagati. Si è così diffuso il fenomeno dei working poors, i quali alla fine – non potendo più contare sui tenori di reddito precedenti – sono scivolati nell’insolvenza. E questa si è a sua volta tradotta in "sofferenza" per gli istituti finanziari. A un certo punto la bolla immobiliare è scoppiata, trascinando con sé il sistema bancario.

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Da allora migliaia e migliaia di miliardi di dollari sono stati trasferiti dalle casse statali (cioè dalle tasche dei cittadini contribuenti) al sistema bancario privato, sull'orlo del tracollo. Con l’effetto che i debiti statali sono ulteriormente aumentati. Non solo, ma si sono anche trasformati in facile preda per i master of the universe della grande finanza, i quali hanno potuto speculare sui debiti degli stati in parte anche grazie proprio ai denari ricevuti dagli stati medesimi.

Prima hanno preso di mira i P.I.I.G.S., poi l’Europa tout court. Questo perché il nostro è un continente dal ventre molle dal momento in cui le élites al potere hanno istituito l’Euro senza accompagnare la moneta unica con adeguate strutture di governance. E già che c’erano, hanno anche allargato l’Unione da quindici a ventotto senza predisporre delle regole per la decisione politica in sede esecutiva. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Come hanno potuto, le élites europee, fare due cose così ebeti? La risposta va probabilmente cercata nell’egemonia ideologica neo-liberista. La nascita dell’Euro e l’estensione a est dell’UE si presentavano come due grandiose opportunità di profitto, tanto più succulente quanto più velocemente e disordinatamente si fossero inverate. Se a guidare l'Unione ci fossero stati ancora Kohl, Craxi e Mitterrand, avrebbero agito in modo più accorto dei loro epigoni? Chissà. Ma che importa, in fondo?

Quel che soprattutto importa è non finire adesso sotto le macerie di una crisi economica che è prima ancora una crisi politica e anzitutto una crisi morale. Provocata dal triplice dogma liberista secondo cui: a) il libero mercato sarebbe il parametro della nostra vita; b) il libero mercato si regolerebbe da sé; c) il suo principio regolatore coinciderebbe con la tendenza al massimo profitto nel minor tempo possibile, cioè con l’avidità.

Tutto questo è stato mostrato molto bene da Tony Judt nel suo libro-testamento "Guasto è il mondo", ed evidenzia l’urgenza per noi di procedere alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, senza di che ciascun paese, dal più piccolo al più grande, soccomberebbe prima o poi alla sproporzione tra finanza globale e stati nazionali.

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Attenzione, però: il problema non riguarda solo e semplicemente i tempi in cui possiamo (dobbiamo) procedere alla costituzione di un governo federale. No, occorre che tutti meditiamo anche sull’uso cosmopolitico che intendiamo fare dell’Europa nella prospettiva di una governance globale.

Lo stapotere finanziario è un mero specchio della nostra crisi di civiltà, uno specchio che, per dirla con Mario Perniola, "odia innanzitutto se stesso perché non si trova all'altezza della civiltà di cui si dice portatore". Dietro questa levigatissima superficie di autodistruzione finanziaria dell'Occidente già si schierano intanto le vere, grandi questioni globali: il clima, l’acqua, il cibo, la demografia, la pace.

E allora ripetiamolo: nessun governo né tecnico né non-tecnico, né in Italia né fuori, potrà affrontare le suddette grandi questioni globali senza in qualche modo riuscire a interpellare il consenso delle persone che coesistono sul nostro pianeta.

Questo è il punto fondamentale, in linea di fatto oltre che in linea di diritto. Un punto difficilmente controvertibile, nella cui prospettiva la questione cosmopolitica si correla con la questione della "rivoluzione sociale" che – per usare le parole di Filippo Turati – investe i cuori e le menti degli uomini, mutando i rapporti tra di essi, senza versare sangue, in spirito di fratellanza universale.

Rifiutando la violenza, la rivoluzione sociale non si traduce in rivoluzione politica, ma in riforma: della politica, dell’economia e della cultura.

La rivoluzione sociale non "toglie" né la politeia né l’agorà né l’ecclesìa, ma le trasforma nel tempo. [22.1.2012]


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Monetizzati

Editoriale di Andrea Ermano – sabato 2 marzo 2011

Tra Piazza di Monte Citorio e il Raphaël – alle radici della nostra decadenza civile.


Una vita fa, uscendo dall’Hotel Raphaël, Bettino Craxi, venne bersagliato da monetine, un po' come a mezza settimana scorsa il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Daniela Santanché.

Si prova una remora interiore ad accostare il nome del leader socialista a La Russa e Santanché. I due monetizzati di oggi, provenienti entrambi dalla “Fiamma tricolore”, sia pure in fasi diverse, avrebbero ben potuto far parte dei monetizzatori di allora. Sì, perché, quel giorno, il 30 aprile del 1993, c'erano anche i missini di fronte al Raphaël, e non solo i demosinistri. Il leader del PSI, però, li accomunò tutti indistintamente nella definizione: "Tiratori di rubli".

Parlò solamente di “rubli”, Craxi, forse perché i missini erano rimasti, in effetti, lungamente esclusi dalla corruttela, che era privilegio partitocratico riservato al cosiddetto “arco costituzionale”. A quel privilegio corruttorio l’MSI non aveva potuto accedere (fino ad allora); e quindi Craxi, uomo sincero di natura, fin troppo sincero per un politico italiano, potrebbe aver inteso nella protesta “da destra” una misura di legittimità.

Si sentì invece pugnalato alla schiena da Achille Occhetto anche e soprattutto in quanto – a differenza dei monetizzati di oggi – Craxi si reputava un uomo di sinistra e, nel momento del pericolo estremo per la casa madre socialista, si sarebbe atteso po’ di solidarietà. In ottemperanza al dovere di solidarietà tra compagni il PSI aveva estratto pochi anni prima il corpo ancor vivo del PCI-PDS da sotto le macerie del Muro di Berlino, rinunciando alle famose elezioni anticipate e consentendo l’adesione di Botteghe Oscure all’Internazionale.

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Craxi si reputava un uomo di sinistra, anzi "il punto di equilibrio più a sinistra, in Italia", com'ebbe a dire lui stesso a Rossana Rossanda. Vero o falso? Proprio il PSI craxiano aveva funto da punta di lancia nella cavalcata ussara contro i vecchi tabernacoli della glaciazione brezneviana. Il duello con Berlinguer, iniziato a fine anni Settanta, aveva indotto Craxi ad anticipare quel “neo-liberismo socialdemocratico” cui Zygmunt Bauman non del tutto a torto attribuisce la deriva a destra di molti leader europei. Il craxismo ha rimodulato le strategie euro-socialiste dei Gonzales, dei Blair e degli Schroeder secondo il principio per cui, come scrive Baumann, "qualsiasi cosa voi (il centro-destra) facciate, noi (il centro-sinistra) possiamo farla meglio". Diagnosi non nuova, per altro, dato che già nel 1996 fu esposta da Marco Revelli in un celebre saggio dal titolo Le due destre.

Fu, dunque, Craxi l’antesignano della “destra di centro-sinistra”, che in Italia darà la linea ai vari governi Amato, Prodi e D’Alema?

Così parrebbe. Ma l’apparenza inganna, almeno in parte. Perché in Craxi sempre – nell’amministratore milanese come nel segretario nazionale come nel presidente del Consiglio – prevaleva la preoccupazione per le condizioni di vita delle classi popolari. Cosa che può constatare chiunque a occhio nudo. Basti pensare a quanto nel nostro Paese è regredita in vent'anni la situazione operaia, femminile, giovanile, meridionale, migratoria . . .

Non che il PSI e il suo leader fossero innocenti rispetto alla “questione morale”, ma financo il vizio corruttorio assumeva in Ghino di Tacco un qualche senso politico, sia pur nella logica perversa del male minore, che parve preferibile al mal maggiore, cioè la barbarie terroristica alimentata da inflazione galoppante e disoccupazione a due cifre.

I “giovani rampanti” di Via del Corso pensavano che – sconfitto il furore brigatista a colpi di “edonismo reaganiano” – avrebbero poi potuto facilmente dedicarsi a socialdemocratizzare il PCI, o per lo meno le sue componenti più ragionevoli. E pensavano di poter superare l'unità politica dei cattolici, mandando infine la DC all'opposizione.

Per incanto, l’Italia sarebbe allora divenuta una democrazia dell'alternanza, un “paese normale”, come la Francia e la Germania, come la Spagna e il Portogallo, come tutte le altre nazioni d'Europa. Lungo questa traiettoria anche il malcostume sarebbe stato automaticamente riassorbito dentro limiti fisiologici, pensavano, giacché la contendibilità del governo avrebbe infallibilmente innescato un circolo virtuoso nella selezione della classe dirigente a venire.

Le cose andarono diversamente. Nel momento decisivo Craxi fu colpito e affondato. La legge elettorale venne disarticolata, l’assetto costituzionale stravolto e il Parlamento, di porcata in porcata, consegnato in ostaggio a un dominus miliardario. Il quale all’epoca di Tangentopoli aveva schierato tutte le tv Fininvest su posizioni ultra-giustizialiste, salvo poi ridispiegarle su posizioni ultra-garantiste per sfuggire a inchieste e processi vari.

I dirigenti di Via del Corso non videro lo scatenamento cinico che incubava sotto la neve del turbo-edonismo di massa, non compresero che con Berlusconi la secolarizzazione dei costumi avrebbe assunto connotati weimariani, né sull’altra faccia della stessa medaglia si accorsero dell’impossibilità strutturale, per le gerarchie ecclesiastiche, di stabilire un rapporto equilibrato con la modernità. La fine dell’unità politica dei cattolici non poteva perciò essere metabolizzata senza colpo ferire. Insomma, nessun “potere forte”, e men che meno il Vaticano, accettò la prospettiva di un’alternativa socialista in Italia.

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Quella del 1994 fu la seconda crisi storica del socialismo italiano, dalla quale esso inizia solo ora, e timidamente, a riprendersi con la faticosa fuoriuscita dal neo-liberismo.

La prima grande crisi si era avuta con la scissione di Livorno, la marcia su Roma, l'assassinio di Giacomo Matteotti e la conseguente instaurazione del “clerico-fascismo” (così battezzò il nuovo regime don Luigi Sturzo sulla via dell’esilio londinese).

Anche la seconda crisi storica del PSI ha comportato per l’Italia un ventennio di decadenza civile, tuttora in corso. La causa di ciò consiste sostanzialmente nel fatto che il nostro Paese, dopo la dissoluzione della DC, non disponeva di classi dirigenti alternative, se non appunto quella aggregatasi intorno a Craxi, Martelli e De Michelis. Caduti questi, la quinta potenza industriale è stata retta da molti loro “vice”, taluni anche capacissimi e meritevolissimi, per carità. Ma la classe dirigente di un paese non s'improvvisa.

Forse per questa ragione, fino all'ultimo, Craxi non riuscì a credere che l'establishment avrebbe avallato la liquidazione del PSI. Ne sarebbero conseguiti decenni di sgoverno, pensava. Ragionamento giusto, ma un po' ingenuo.

Accadde a Craxi quello che era accaduto a Moro, che aveva vaticinato la dissoluzione democristiana se il suo partito l’avesse abbandonato agli assassini delle BR: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. La DC non s'impressionò per così poco, lo abbandonò alle BR e poi si dissolse, lentamente, inesorabilmente.

Il potere non s’identifica con il bene comune, il buongoverno, la giusta misura ecc. No, il potere vuole il potere, nient'altro che il potere, tutto il potere. E tutto non gli è ancora abbastanza. Perciò, la sua fame di sé non conosce un limite, ma solo l'oltraggio. [2.3.2011]


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UNITE !

Editoriale di Andrea Ermano - Sabato 25 aprile 2011

Buon 25 Aprile e buon 1° Maggio


Forse fu proprio il 25 aprile del 1945 che la tipografia iniziò a stampare L’Avvenire dei lavoratori in uscita il 1° maggio, data storica quell'anno che suggellò la liberazione d’Italia dal giogo nazifascista.

Il direttore Guglielmo Usellini era succeduto a Silone, come deciso dalla Direzione nazionale in merito allo scioglimento del “Centro Estero” e al reinsediamento del Partito nella Roma liberata.

L'ADL si trasferì da Zurigo a Lugano, a stretto contatto con il consigliere di Stato ticinese Guglielmo Canevascini. Dalla Svizzera italiana i socialisti avevano appoggiato la Repubblica libera della Val d’Ossola. Circa tremila partigiani avevano svernato nel Cantone, tra il ’44 e il ’45, per riprendere le operazioni di guerra in primavera, con il sostegno in viveri e munizioni fornito dai passatori.

Il lavoro redazionale dell’ADL si alternava all'opera urgente di solidarietà ai connazionali giunti in Svizzera come profughi: circa trentamila i renitenti alla leva di Salò e quindicimila i rifugiati civili, tra cui migliaia provenienti dalle comunità ebraiche vittime della Shoah.

L'ondata era iniziata l'8 settembre '43. Nell'ultimo mese di guerra giunse a lambire un ritmo di cinquemila "entrate" al giorno. In tutto, solo dal nostro Paese, ripararono nella Confederazione cinquantamila fuggitivi, non pochi dei quali svolgeranno ruoli eminenti nella nuova Italia. Uno fra tutti: il futuro presidente della Repubblica, Luigi Einaudi.

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“Bologna è liberata, Modena liberata, Ferrara liberata, La Spezia liberata. Domodossola, Novara, Genova, Varese, Torino insorte e autoliberate! (…) Torino, la Torino degli operai è insorta!” – annuncia Usellini nel suo articolo, stilato alla vigilia dell’insurrezione generale a Milano: “la grande Milano che vede asserragliarsi dentro le sue mura e nei suoi dintorni i responsabili, i criminali, i nemici del popolo italiano”.

Tanto l’allusione alla sorte dei gerarchi asserragliati nella capitale lombarda, quanto soprattutto l’accento sulla liberazione partigiana delle città d’Italia possono essere lette come segnali alle autorità anglo-americane in vista dei nuovi equilibri statuali e internazionali: “L’avanzata è travolgente, dice l’ultimo bollettino alleato, l’insurrezione divampa, risponde il popolo delle terre italiane del nord”.

L’editoriale si chiude con un monito a futura memoria: “Niuno dimentichi di chi, di che lagrime e sangue, è opera preminente la liberazione di oggi, la libertà di domani; perché niuno possa pretendere di contestarle domani il diritto alla pacifica liberazione ed emancipazione sociale che vuol attuarsi nella democrazia e nel socialismo”.

L’appello di Usellini per una “pacifica emancipazione sociale” a favore della democrazia e del socialismo è seguito da un “taglio basso” recante il titolo programmatico: Per una vera Internazionale Socialista.

Il pezzo, scritto da Giuseppe Faravelli, culmina nella proposta di ricostruire una “federazione internazionale di partiti socialisti, i quali, rinunciando spontaneamente ad una parte della loro autonomia, della loro ‘sovranità’, si sottomettessero, almeno per quanto riguarda la politica estera, all’autorità di una superiore direzione, di un superiore ‘governo’ federale democraticamente eletto dai partiti stessi. In tal modo i partiti socialisti sarebbero tenuti a seguire una politica estera unica”.

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Veniamo all’oggi. Quante speranze ci sarebbero di uscire vivi dalla combinazione esplosiva di finanza globalizzata, conflitti identitario-religiosi e squilibri demografico-ambientali, se nemmeno i partiti socialisti, nati internazionalisti, riuscissero a compiere la costruzione unitaria prefigurata da Faravelli?

Si dibatte animatamente, non per la prima volta, intorno agli Stati Uniti d’Europa. Qual è l’uso cosmopolitico che si vuol fare dell’UE? Ecco una domanda sostanziale. Se i nostri governanti non sapranno dare risposte definite a questo genere di questioni, l’Unione Europea difficilmente potrà reggere alle dinamiche globali in corso.

Rischio tremendo, a pensarci. Sarebbe perciò urgentissimo azzardare un pacato dibattito sul tema, dibattito che inevitabilmente ci risospinge però a quella “pacifica liberazione ed emancipazione sociale” di cui dissero i nostri predecessori, a futura memoria, nei giorni gloriosi della Liberazione. Liberazione ed emancipazione potrebbero oggi significare un certo uso delle risorse finanziarie occidentali a favore di un grande "Piano Marshall" per lo sviluppo (sociale, economico ed energetico) del Mediterraneo meridionale.

Esattamente a cose del genere servirebbero gli Stati Uniti d’Europa, dato che le nazioni del vecchio continente sono, tutte, sottodimensionate per operazioni di vasto respiro.

Investire gli Stati Uniti d’Europa nell’idea cosmopolita (cioè in una governance della globalizzazione) risponde all'interesse nostro e a quello universale dell’umanità.

Ma il progetto cosmopolita è ben più vasto dell'UE e non può camminare che sulle gambe degli esseri umani, di miliardi di esseri umani, parte non trascurabile dei quali sarebbe anche disposta a cooperare per un avvenire di democrazia, libertà e socialità – se qualcuno (una vera Internazionale Socialista?) gli proponesse come fare.

A Livorno Turati disse che siamo tutti figli del "Manifesto del 1848". Il capostipite del riformismo italiano si riferiva allo scritto di Marx ed Engels che – habent sua fata libelli – si conclude con queste parole: "'Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!" ("Working men of all countries, unite!"). [25.4.2011]


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A guadagnarse onestamente el pan

Editoriale di Andrea Ermano - Sabato 12 febbraio 2011


Paese tra i più ricchi e nobili della terra, tremila anni di Storia e centocinquanta di ritrovata unità politica, l’Italia vive attualmente un tempo in cui forse le servirebbe chiedersi non che cosa possa fare la Storia per lei, ma che cosa debba piuttosto fare lei per la Storia.

Anzitutto dovrebbe rimemorare ciò che lei è nella sua specifica grandezza, ciò a cui deve (dopo tutto, nonostante tutto) il suo posto d’onore nel consesso delle nazioni. Una grande potenza mondiale lo è stata due volte, sotto il segno dell’humanitas nell’antichità e dell’umanesimo durante il rinascimento. Dunque, se dovesse riassumere la sua grandezza civile in una parola, una sola, questa sarebbe: umanità.

Orbene, la maggioranza relativa dell’umanità vive tra India e Cina: oltre 2,5 miliardi di persone, tra le quali non si riscontra tasso di crescita del PIL che sia inferiore all’8% annuo. Tra India e Cina lavorano sessanta milioni d’ingegneri. Un intero sciame di culture ultramillenarie ha stabilmente agganciato la “scienza-tecnica” occidentale.

Otto centesimi di crescita per due miliardi e mezzo di abitanti sono un po’ come dire che ogni anno duecento milioni di nuovi produttori-consumatori entrano a far parte del mercato mondiale. Gli effetti che, in termini di redistribuzione dei poteri e delle risorse, produrrà un così grande mutamento economico trascendono ogni previsione.

E però, la produttività umana è divenuta ormai un fenomeno talmente gigantesco da interessare persino l’atmosfera terrestre. Su ciò, nella comunità scientifica internazionale, prevale un orientamento che si può riassumere così: in meno di cento mesi dovremmo incominciare, come genere umano, a delineare una governance ambientale globale sulla cui base procedere poi alla progressiva riduzione delle emissioni nocive, che andrebbero praticamente azzerate nel giro di una generazione o poco più.

Se le parole hanno un senso, quella che si prospetta all’orizzonte è una torsione assiale della Storia. Siamo ormai confrontati, come genere umano, con una sfida cosmopolitica straordinaria, anche in termini di corsa contro il tempo, perché il surriscaldamento è già in atto, come afferma tra gli altri Al Gore, già vicepresidente USA e premio Nobel per la Pace nel 2007.

Si eccepirà che le società umane sono spesso entrate in tensione con il proprio habitat anche nel passato. Il benessere induce crescita demografica, che a sua volta reclama spazio vitale, pena la carestia. L’utilizzo intensivo dei terreni agricoli è causa d’infertilità, cioè alla lunga di carestie. Nel passato, per evitare crisi d’ordine, le nazioni ricorrevano di norma alla guerra, “prosecuzione della politica con altri mezzi”. Ma oggi? Non ha perso la guerra oggi, se mai l’ha posseduto, ogni ultimo residuo di razionalità politica? I cento mesi scarsi che restano a nostra disposizione per costruire insieme una governance globale non ci servono tutti per fare le cose a noi necessarie come genere umano?

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Ecco, è muovendo da siffatti pensieri che vorremmo poter riflettere sul centocinquantesimo dell’unità nazionale, magari arzigogolando un po’ anche sulla dimensione europea e mediterranea del nostro Essere-nel-mondo.

Invece, ritroviamo la Patria un po’ così, “con le mutande in man, a guadagnarse onestamente el pan”, come scandiva una canzone satirico-popolare veneziana, oggi molto in voga a quanto pare tra i calligrafi di Ferrara. Dopodiché sarà sicuramente causa del “nuovo che avanza” con il suo seguito di cortocircuiti mediatico-giudiziari, ma anche di leggi ad personam, conflitti d’interesse, allegri condoni, cricche, vasti programmi di corruzione ecc.

Ci vuol pazienza. Tanta pazienza. Lo Zio s'è dimesso ieri, e speriamo bene. Prima o poi, anche il Benefattore della Nipote darà tregua. Prima o poi.

In attesa di tanto, vorremmo tener fermo ad alcuni quesiti preparatori di un dibattito politico a venire, posto che, segnala Susanna Camusso, non basterà aver tagliato di dieci minuti la pausa degli operai per affrontare le sfide sul tappeto della globalizzazione.

E allora, in primo luogo, vorremmo rispettosamente chiedere a chi di dovere di esplicarci meglio quali possibilità abbia l’avventurosa parola d’ordine “crescita” nella situazione data.

In secondo luogo, vogliamo domandarci perché mai (niente contro il libero mercato) in questi ultimi decenni di “crescita” il suddetto mercato non ha percepito come "domanda" il bisogno evidente di contenere il dissesto idrogeologico? Esempio tra i tanti e domanda retorica, in realtà, in quanto dalla lotta al dissesto non scaturisce alcuna aspettativa di profitto, e men che meno a breve scadenza, sicché il fenomeno neppure appare all’orizzonte degli eventi di cui si circonfonde la cosiddetta razionalità di mercato.

Infine, che si fa, se per un verso resta molto, moltissimo lavoro arretrato e assolutamente da recuperare (lavoro che legittimamente non interessa al libero mercato), mentre dall’altro lato il 25% dei giovani vive in disoccupazione? Che si fa? Si riformula l’art. 41 della Costituzione? Si supera la Costituzione tutta quanta?

Ma, andiamo, avidi amici dell’establishment nazionale, qui vale per analogia quel che una volta un celebre pensatore sentenziò in merito alla filosofia: "Voi non potrete superarla prima d’averla realizzata". [12.2.2011]


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Un grano di ottimismo

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 2 settembre 2011


Quanto ancora potrà reggere, nella tempesta in corso, la democrazia italiana? Quale unità monetaria sarà possibile salvaguardare senza un’Italia salda e unita, e quale Europa senza unità monetaria? Ancora: senza quest’altra metà del Patto Atlantico potranno i soli Stati Uniti fungere da regolatori del mondo globalizzato? Siamo dunque giunti al definitivo tramonto dell’Occidente e del suo progetto cosmopolita?

Si potrebbe reagire ai contenuti ansiogeni di queste domande osservando anzitutto che il mondo non sente nessun bisogno di farsi governare da nessuno. E, rovesciando una celebre frase di Carlo Marx, si potrebbe aggiungere che finora abbiamo solo tentato, in modo per altro maldestro, di trasformare il mondo; ora sarebbe meglio limitarsi a interpretarlo.

Da una vita, del resto, il professor Vattimo va spiegando che nel nostro mondo “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”. E nulla è rilassante quanto una buona interpretazione. Ottimizzate e massimizzate, interiormente, idee gradevoli, evitando le immagini mentali che più vi stressano. Basta immigrati affamati assetati. Basta carcerati ammalati ignudi. Basta vedove orfani ecc. Basta lacci vincoli lacciuoli. Ma soprattutto basta melense retoriche sociali! Come disse una volta Margareth Thatcher: “Non esiste una cosa chiamata società, esistono soltanto gli individui”.

In venticinque anni netti, cavalcando questa disastrosa svendita della ragion pratica, l’Occidente è riuscito a realizzare notevoli progressi sulla via dell’autodistruzione perfetta. Circa l’immane caos – politico, economico e morale – in cui siamo caduti, Roberta De Monticelli constata ironicamente: “Non ci sono patti, ma solo interpretazioni”.

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Nella ridda delle interpretazioni tutto è fatalmente coinvolto in una continua compravendita. Salta il patto sociale fondamentale: quel “pudore” che, se non fosse saltato, vieterebbe di mercificare le persone e la loro dignità.

Si stenta a credere che sia accaduto ciò che è pur accaduto, sotto i nostri occhi, occhi consumatisi a leggere giornali e a guardare telegiornali in cui – evidentemente – devono averci raccontato meno fatti che interpretazioni.

Come nella celebre "Parabola dei ciechi" di Bruegel il Vecchio i trasformisti politici rincorrono i mass media, temendone il silenziamento o peggio. I media, sempre più affamati di risorse pubblicitarie, si sono liquefatti nel loro precariato d’alto bordo, altamente conformabile e conformista. Intanto, lungo la linea di massima espansione edonistica, la società dei consumi si è terziarizzata oltre ogni limite, automatizzando la produzione, delocalizzando i conflitti sociali, con l’acceleratore della globalizzazione pigiato a tavoletta.

Ma anche noi. . . Abbiamo davvero creduto bastasse sbadigliare quieti dietro uno sportello o una scrivania sette-otto ore al giorno per “guadagnarsi” case macchine barche ferie credit cards e ogni altro ben di Dio?

Ora ci dicono che, almeno in una certa misura, abbiamo vissuto "a babbo morto". Solo ora ci dicono che il sistema funzionava anche per via di merci prodotte in paesi terzi, a basso o infimo tenore salariale, consumate a credito. Ci dicono ora che, per rifinanziare un debito crescente, le banche hanno frullato e inscatolato aria fritta rivendendola in forma di solide obbligazioni, investimenti sicuri, top performer fonds. . .

Venticinque vacche grasse, trenta miliardi di dollari di utili netti all’anno per gli istituti di credito e bonus decamilionari per i manager, tra ali di adorabili opinionisti, tra salve di laudi alla ricchezza “giusto compenso” per uomini e donne eccellentissimi, cui tutto era dovuto e soprattutto che lo Stato non s’immischiasse.

Ammonisce, però, il proverbio che non si deve vendere la pelle dell’orso prima d’averlo ammazzato. E, comunque, meglio sarebbe non venderla otto volte, a otto compratori diversi. Perché potrebbe pur sempre accadere che il grosso plantigrado faccia la sua comparsa sulla piazza del villaggio globale seminando non solo il panico tra i barattieri, ma anche spavento e furore nel popolo.

Solo ora ce lo dicono. Solo ora. Meglio tardi che mai. Ma perché ora e non prima? Non s’interrompe un’emozione?

Dunque, la festa è finita davvero. Ma questo non sarebbe ancora niente. Non stiamo parlando di una semplice grande depressione tipo Anni Trenta. C’è il surriscaldamento climatico. C’è l’esplosione demografica. C’è la penuria di cibo e di acqua. Ci sono i conseguenti rischi strategici.

Non siamo ancora giunti a un vicolo cieco. Ma, insomma, là fuori c’è quest’insieme di fatti chiamato “mondo”. Dovremo affrontarlo, ci piaccia o no. Quindi, ora ci vuol animo, perché dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in un’avanzata, per dirla con le parole di Franklin Delano Roosevelt: “Se c'è qualcosa da temere è la paura stessa”.

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Ecco alcune ipotesi interlocutorie sul da farsi, per altro non propriamente inedite.

Bisognerebbe anzitutto ripartire dal senso dello Stato, unico luogo, come ci ricorda Tony Judt, in cui ha senso parlare di politiche sociali, cittadinanza, Welfare. Occorre comprendere che l’Europa è indispensabile anche nella dimensione atlantica, a sua volta indispensabile nell’articolazione di governance cosmopolita. Occorre che l’Occidente dica le sue proposte sui nodi climatici e idro-alimentari.

Per l’Italia – dopo la lunga notte bipolare nuovista – ci vorrebbe la formazione di un governo di larghissime intese, capace di affrontare l’emergenza economica prima di restituire nel 2013 la parola ai cittadini, senza astuzie, e cioè sulla base di un sistema elettorale conforme al nostro attuale impianto costituzionale (se si vuol riformare la Carta fondamentale sarebbe, invece, consigliabile eleggere ad hoc una nuova Assemblea Costituente).

L’Europa ha in mano la vecchia idea di Jacques Delors, gli eurobonds: si parla della raccolta di un migliaio di miliardi di euro, che metterebbero al riparo la valuta comune e consentirebbero il varo di un grande e pacifico Piano di Sviluppo.

Particolarmente auspicabile sarebbe perseguire una ristrutturazione eco-compatibile dell’intero patrimonio edilizio europeo (secondo la proposta di Rifkin) affinché ogni edificio del nostro Continente riesca a produrre da sé più energia di quanta non ne consumi.

A ciò è necessario accompagnare una massiccia strategia di sostegno ai popoli del Maghreb, puntando soprattutto sullo sviluppo della ricerca e della produzione d’energia solare (si pensi al progetto Desertec), che è un potenziale volano di espansione agricola e industriale nel Nordafrica.

Gli Usa e il loro interlocutore europeo dovrebbero, dentro l’ONU, riportare l’Occidente nella capacità di formulare proposte di governance globale. Questo sarebbe necessario non a edificare un babelico super-stato, ma per esempio a tassare le transazioni finanziarie prima che queste inghiottano l'economia reale (come dicono Tobin e Stiglitz), o anche e soprattutto a contenere il surriscaldamento e le sue conseguenze più preoccupanti (come ricorda Al Gore).

Finora la filosofia ha variamente interpretato il mondo; e l’economia l’ha assoggettato a un'incessante "distruzione creatrice"; quel che ora importa è contribuire – tutti e ciascuno – a una cooperazione cosmopolita capace di stabilizzare l’esistenza umana sull’unico pianeta che abbiamo, nel tempo che resta. [2.9.2011]





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